venerdì 8 febbraio 2013

Potenza: smart city?

Ho appena scritto le mie idee per la città di Potenza a "Potenza goes smart"
se volete potete farlo anche voi inviando una mail a ideas@potenzasmart.it oppure guardate il sito www.potenzasmart.it
Molto interessante e soprattutto stanno organizzando un incontro molto carino per il 14-15 e16 febbraio.

Ecco le mie idee per la città:

1) Un incubatore di idee innovative. Uno spazio online che diventi un vero e proprio incubatore di idee e generatore di nuove tecnologie per rendere Potenza una città smart. Penso ad un portale dove gli utenti possano dialogare per apportare novità in vari ambiti: arredo urbano, società, cultura, vita sociale ma anche servizi, green economy, urbanistica, marketing e promozione territoriale. In pratica una città creata dai cittadini e pensata "per noi grazie a noi"

2) Net City. Reti aperte, wi-fi e informatizzazione dei servizi.

3) Palazzi fantasma. Potenza è piena di palazzi, aree e capannoni abbandonati e non utilizzati. Vorrei una città che permettesse e offrisse l'utilizzo di questi spazi ai giovani e ai creativi. Immagino uno spazio web che mappi tutti i "palazzi abbandonati" e dia la possibilità alò cittadino di partecipare attivamente alla ripresa non solo di questi spazi ma anche delle aree abbandonate, di scegliere uno spazio e renderlo proprio. Penso a spazi di cowworking e fabbriche di idee. Grandi capannoni fuori la città che diventino spazi da offrire ai giovani per organizzare attività e incontri.

4) Cittadinanza attiva e coscienza civica. Un'applicazione mobile che permetta al cittadino di indicare in tempo reale situazioni di degrado nella città: buche, segnalitica che non funziona, problemi di viabilità, degrado ambientale e degli spazi. Uno strumento utile per il cittadino e importante del la PA che può monitorare e immediatamente controllare i problemi esistenti.

E poi: aree verdi, aree pedonali, spazi per i giovani, più cultura e più partecipazione.


We can change it now!
JUST DO IT!


venerdì 1 febbraio 2013

Ufficio stampa o giornalismo?

Sono anni che affronto questo tema: ufficio stampa e giornalisti.
Mi occupo di comunicazione e pubbliche relazioni da oltre 10 anni. Agli inizi ho lavorato come addetta stampa. Non sono una giornalista, ma ho dovuto confrontarmi con loro più e più volte; direi più che confrontarmi, ho palesemente passato le mie “produzioni” alle redazioni che si sono occupate di tagliarle attentamente e incollarle negli spazi. Ed ecco fatto l'articolo di giornale.
Se notate, molte delle informazioni istituzionali che trovate sui giornali sono le stesse, senza distinzione alcuna tra giornali. Sono comunicati stampa creati da chi, come me, lavorava o lavora negli uffici stampa e produce idee, testi e scritti da divulgare al pubblico.
La cosa che mi fa più ridere è data dal fatto che i comunicati dovranno anche essere scritti seguendo delle regole precise, che permettono al giornalista di faticare ancora meno: i periodi devono essere intuitivamente scollegabili tra loro, le frasi corte e la punteggiature semplice, in modo da dare la possibilità alle redazioni di prendere qualche periodo tagliarne altri, miscelare il tuo elaborato nel modo migliore ed ecco pronto l'articolo.
Quando lavoravo nella moda, poi, la situazione era anche peggiore. Al danno si aggiungeva la beffa: non bastavano più solo i comunicati, servivano anche i pensierini da inviare alle giornaliste, elaborare un media plan che ti permettesse di avere abbastanza pubblicità sui giornali sui quali volevi che uscissero le tue notizie e le tue immagini.
Elaborare, modificare, mettere del proprio, fa parte del vostro lavoro. Siete pagati per farlo, quindi fatelo.

Tanti giornalisti che lavorano negli uffici stampa lo fanno come secondo lavoro per guadagnare di più e come seconda scelta quando non hanno la possibilità di lavorare nelle redazioni: esistono realtà in cui trovi persone a capo dell'ufficio stampa che lavorano poi anche in qualche redazione di testata. Scorretto e sbagliato, perché viene a cadere immediatamente il principio di libertà e indipendenza del giornalista, che avrà pur sempre un interesse privato nel comunicare qualcosa, mentre dovrebbe, per l'interesse pubblico, semplicemente dare informazioni disinteressate al pubblico di riferimento.
O almeno, così è come la penso io.

Quando, ancora troppo giovane per saperlo, ho scoperto che per lavorare in un ufficio stampa pubblico dovevi essere necessariamente un giornalista, sono svenuta e ho pianto per un mese quasi. Mi sono chiesta come fosse possibile una cosa del genere. Perché io che per anni ho fatto questo mestiere per grandi aziende, ho gestito le crisi e ho dato IO il lavoro ai giornalisti, ho creato relazioni ad ogni ora del giorno e della notte e ho studiato ogni strumento per rendere migliore il messaggio, non potevo essere parte di un ufficio stampa di un'istituzione. Eppure, non sono diversa da un altro addetto stampa, magari ho anche più esperienza di un giornalista che non sa neanche come gestire determinate cose. Far parte di un ufficio stampa significa anche avere la prontezza di risolvere i problemi, e questo non lo sai fare solo se hai un tesserino inutile da giornalista.
Due pesi due misure?

lunedì 3 ottobre 2011

Basilicata: un paese per vecchi

La Basilicata rimane una di quelle regioni che con il passare del tempo perde sempre più giovani. La cosa che ci fa pensare è che molti di questi giovani non sono più i giovani diplomati che vanno via per studiare fuori, alla ricerca anche di un po' di indipendenza. Molti sono trentenni, con un alto livello di studio, intelligenti, accattivanti e geniali. La nuova generazione che dovrebbe e potrebbe trasformare la nostra regione dandogli ricchezza e idee.
Se ne sentono tante di storie di lucani che vanno via e diventano qualcuno, fuori dalla propria regione e fuori anche dalla stessa Italia. Questi giovani potrebbe essere la leva di lancio di una regione che ormai ha poco da mostrare e tanto da cambiare.
Ma a cosa pensa la classe dirigente che siede stabilmente nelle poltrone della ragione e dei comuni? Purtroppo ho visto disinteresse verso le politiche giovanili e verso le attività dei giovani. Tanti sono i giovani che siedono nelle poltrone del potere della nostra regione ma sono tutti totalmente ignari di quello che potrebbero fare.
Se neanche i giovani aiutano i giovani allora possiamo dire di essere "alla frutta".
I nostri politici si preoccupano della fenice, come magari è giusto che sia, ma non c'è nessuno che pensa che per diventare una regione civilizzata dobbiamo puntare anche sulla crescita dei giovani. E purtroppo anche all'interno di riunioni tra giovani politicamente attivi, sono l'unica a lottare per cercare di dare voce e spazio ai giovani, per creare una vita sociale attiva che faccia crescere l'impoverimento culturale che purtroppo dilaga nelle nostre città.
Nessun politico vuole sentire parlare della crescita di consumo di droga tra i giovani lucani, eppure quei giovani potrebbe essere loro figli. Nessun politico vuole sentire parlare della difficoltà di divertimento dei nostri giovani. Nessun politico vuole sentire parlare delle possibilità che ogni giovane potrebbe avere per migliorare la regione.
E continua ad essere un paese per vecchi con le stesse facce e le stesse poltrone.

venerdì 29 luglio 2011

Relazioni Pubbliche e turismo: l'indagine Ferpi

E' targata Ferpi (Federazione Relazioni Pubbliche Italia) l'ultima indagine del luglio 2011 sul settore turistico italiano.
Un'indagine svolta tra gli operatori turistici pubblici e privati sull'intero territorio nazionale con lo strumento Monkey Survey e quindi con valore di confronto con gli operatori piuttosto che di vera e propria statistica.
Leggendo la relazione e guardando il risultato (vai qui) si evince un andamento positivo per quanto riguarda la necessità di affidarsi ai professionisti delle relazioni pubbliche.
Infatti dall'indagine ne esce, attualmente, una situazione critica e un'opinione scarsa della qualità delle relazioni turistiche, punto fondamentale per accrescere il valore e l'immagine dei posti che ci circondano.
E questo è solo il primo punto, ne escono male anche le relazioni con i media e con gli stessi turisti, una cosa che ci rende consapevoli delle sempre critiche e poco importanti (per chi fa turismo) relazioni con gli stakeholder.
Quindi un trend in crescita per gli operatori delle relazioni pubbliche che vengono richiamati all'ordine e ai quali viene chiesta non più una mera attività di comunicazione e relazione con i media ma una vera e propria attività di co-relazione e integrazione tra operatori, enti e mercato.
Ottima notizia per noi professionisti delle Rp reali, che non lavoriamo sul semplice evento o sull'ufficio stampa statico, ma che diamo al complesso filo delle relazioni un senso molto più ampio che parte dalla strategia fino ad arrivare all'operatività.
E' da questa indagine che voglio partire per fare un po' di riflessioni. Partendo dal fatto che le relazioni sono sicuramente tra i primi elementi importanti e necessari nel settore del turismo, come in quello della cultura, in Italia siamo ancora arenati ad un sistema obsoleto di comunicazione e interscambio, non dando fondi per lo sviluppo delle attività relazionali e non mettendo ai primi posti le politiche di relazione esterne piuttosto che la comunicazione e la reputazione.
Le strutture, gli operatori e le pro-loco dovrebbero affidarsi a figure professionali che hanno dimestichezza con tutti gli strumenti delle Rp, quindi bando al singolo che si occupa solo di stampa ed eventi e benvenuti chi da importanza prima di tutto al complesso governo delle relazioni con gli Stakeholder e con il mercato.

giovedì 28 luglio 2011

Email marketing trends 2011. Finalmente il sondaggio.

Cosa  pensano gli italiani dell'email marketing? Questa è una domanda che si fanno molte aziende, che grazie al sempre più diffuso utilizzo di internet e di piattaforme mobili, utilizzano sempre più spesso il marketing virale come forma di comunicazione.


Un interessante sondaggio, pubblicato da MagNews in collaborazione con Nielsen, denota un trend del molto roseo per le nuove politiche di marketing, a differenza di quanto si potesse pensare negli ultimi periodi.
Email Marketing Trend 2011. The User Experience Report  delinea uno spaccato dell'Italia e degli italiani attento e dipendente da email. Gli italiani, infatti, sono assidui lettori della posta elettronica e hanno in media 2 caselle di posta controllate costantemente a tutte le ore. Il 74% degli intervistati pensa che a oggi l'email sia indispensabile per la vita sociale e quotidiana.
Un trend più che positivo soprattutto per quanto riguarda il mondo della comunicazione. Infatti la nuova tendenza per il consumatore è preferire l'email ad altri strumenti e canali di comunicazione, che siano tradizionali o no. Infatti l'email marketing ha scavalcato di gran lunga anche gli stessi social network e soprattutto la comunicazione telefonica.
Per dirla tutta e brevemente il consumatore italiano è pronto ad aprire le vostre mail basta che siano interessanti e che ripongano maggiore attenzione e rispetto per loro, anche in base agli interessi. Quindi l'email marketing può diventare un canale decisivo e importante basta che sia gestito in modo professionale. Ricordate anche che il mittente rappresenta la motivazione prima per cui si apre l'email, quindi continuiamo a dare importanza all'immagine e alla reputazione aziendale.
Perciò aziende ben venga l'email marketing basta che sia fatto con coscienza.
E mi raccomando nella società 2.0 in cui viviamo ormai un buon 30% legge l'email e si connette tramite smartphone o tablet quindi ricordiamoci di realizzare nuove versioni di newsletter e siti apposta per i mobili.
Che il marketing sia con voi.

martedì 5 luglio 2011

Arte Società e Libertà. Welcome Rub Kandy.

E' uscito il numero 18 di Brek Magazine con l'intervista di cui vi parlavo a Mimmo Rubino, in arte Rub Kandy,
Un viaggio interessante tra street art, graffiti e arti visive.
A breve il digitale sul sito www.brekmagazine.it per scoprire tutti gli altri articoli di questo numero.


Have a brek!

martedì 21 giugno 2011

L'arte ti rende libero. Ma non troppo. Il caso del Pigneto

25 aprile 2011. 
Siamo a Roma nel quartiere del Pigneto e da lontano si vede una folla che sovrasta il ponte della ferrovia. Una manifestazione spontanea per ricordare la festa della liberazione? Non si tratta di questo. Se guardi bene in alto potrai scorgere un’istallazione di circa 4 metri completamente in metallo. Ma solo se sei arrivato prima delle 11, altrimenti troverai semplicemente dei poliziotti e una folla alla ricerca del fascista. Ma qual è il motivo di tanta indignazione che porta i telegiornali ad aprire le edizioni dell’ora di pranzo con questa notizia? 

Foto: Jessica Stewart
 
Chi ha avuto la fortuna di osservare questa istallazione con occhi limpidi, non ingannati dalle dicerie altrui o dal moralismo della società italiana moderna, si sarebbe trovato di fronte ad una scritta che per senso e forma evoca quella che campeggiava all’ingresso dei campi di concentramento; ma in seguito, avrebbe scoperto una scritta in inglese, lingua notoriamente anti nazista, che aveva l’unico scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica verso temi sociali della nostra società. 
L’artista Rub Kandy, anche lui notoriamente non un simpatizzante dei movimenti di destra, ha avuto uno spunto artistico che negli ultimi tempi è raro vedere (a meno che non vogliamo far credere che le opere d’arte contemporanea possano essere degli atti così geniali). E’ così semplice nascondersi dentro una galleria d’arte protetti dai grandi, ma portare le idee e dare uno scossone forte in strada vuol dire essere geniali, vuol dire non avere paura delle conseguenze.
E’ stato additato come nostalgico neonazista, come ciarlatano, come artista dei poveri, gli è stato puntato il dito contro perché non all’altezza di qualsiasi altro artista in quanto precario. E’ stato accusato di ricercare pubblicità facile. Ma nessuno si è preoccupato di capire realmente cosa c’era dietro questo artista e quest’opera controversa.
Tutto questo senso di indignazione è stato provocato da chi aveva bisogno di un qualcosa a cui appigliarsi per far parlare di sé; in fondo cosa c’è di meglio di un estremista di destra con idee razziste che semina panico per Roma con un’installazione per mercificare tutta la storia e mandarla in pasto all’opinione pubblica? Sicuramente di meglio ci sarebbe stato un omicidio di una minorenne, ma in quel 25 aprile c’era solo questo ad aiutare.
Si sono affannati in tanti a giudicare questa azione, ma chi erano questi tanti? Sicuramente nessuno che poteva dire di aver vissuto in prima persona l’agonia e l’orrore dei campi di concentramento, ma giornalisti, critici d’arte o presunti tali, folle e gruppi di persone che, come sappiamo bene in Italia, cercano sempre un pretesto per infangare qualcuno, anche se quel qualcuno magari sta dalla loro parte.
Conosco personalmente l’artista, e potrei dire qualsiasi cosa di lui, descriverlo in tanti modi, ma mai come un estremista di destra. Anzi, potrebbe essere più quella persona che incontri accanto al tuo tavolo nel circolo sotto casa mentre ti lamenti del lavoro che non avrai mai o della situazione precaria dell’Italia.
Ed è da qui che nasce la sua avventura, perché un artista “fa da filtro e poi rigurgita”, ha il dovere di dire quello che succede attorno. E quando, tu che sei vicino a lui, ti lamenti di vivere in un ghetto, costretto a lavorare a volte si e a volte no, come decide la società, costretto a  rinunciare ad una casa oppure a scappare perché non accettato, allora l’artista capirà che la situazione è grave, che dove vivi non è una semplice città ma è una specie di lager, dove chi decide e chi comanda è chi ha il potere e noi possiamo stare solo zitti.
Non a caso, c’è voluto pochissimo per rimpiazzare la scritta “Work Will Make you Free” con un semplice striscione che protestava contro le morti sul lavoro. E quindi mi chiedo, se  realmente fosse stata fraintesa quest’opera, non sarebbe stato meglio issare una bandiera contro il razzismo? Perché parlare di lavoro e morti sul lavoro? Semplicemente perché sin dall’inizio chi ha visto l’opera ha capito di essere di fronte ad una protesta ed essendo arrivato in ritardo ha dovuto riparare all’errore gridando al lupo.
La verità è che “Work will make you free” non è assolutamente un’opera di stampo nazista partorita da una mente estrema di destra, ma una fotografia di uno spacco di civiltà moderna in un determinato luogo. E’ così facile dare un significato così semplicistico ad una cosa di questo impatto, è tipico di chi punta il dito ma poi non attualizza.
E’ l’ennesima dimostrazione della scarsa libertà di espressione e di parola che dovremmo avere dopo anni e anni di lotta.
Ma soprattutto la cosa che mi rende più sconcertata è aver parlato così tanto di un qualcosa che realmente non c’è senza dare risalto a chi ha messo in moto questa macchina. E quindi mi inferocisco di aver sprecato almeno più di un terzo del mio articolo a parlare di una cosa così futile e senza significato.
Ho visto cose peggiori protette da 4 mura e magari preferirei che i tanti critici si soffermassero a parlare del significato ignobile e incivile di tante altre opere.
A me invece lascio l’espressione totale dell’essere, dell’io e del mondo. Quindi non posso che alzare le mani davanti ad un artista che si occupa di arte da ancor prima che nascesse, che ha aiutato a far crescere un concetto di street art che vira verso il sociale.
Un artista a tutto tondo, precario o no, pur sempre un vero artista, molto di più di quanto possano esserlo altri.


Foto: Jessica Stewart